Scrittura di scena

Della capacità di comporre all'impronta (jazz) utilizzando movimento e quiete

e della scrittura non scritta.

Il ritmo della scena è la relazione tra stati di movimento e stati di quiete.
Quando questa relazione viene "fissata" (quasi sempre), meccanizzata ed automaticamente replicata, la fragile forza del teatro non trova fessure da poter attraversare.

Per contro, la disposizione e l'abbandono ad una sempre nuova costruzione del rapporto ritmico,  determina condizioni di incertezza, spaccature, sporadiche apparizioni del "sé", zone di respiro, quel respiro che J. Beck individua come "vitale", come "l'ansito di un bambino appena nato".

Eppure, ancora oggi (e nel fior del "contemporaneo"),

c'è chi dice:
I drammaturghi scrivono, gli attori mettono in scena ciò che i drammaturghi hanno scritto.*

Io direi (anzi, urlerei con tutto il fiato di cui dispongo):
Gli attori recitano la loro poesia, utilizzando come credono ciò che i drammaturghi hanno scritto.

Questo incruento scontro di concetti può esser placato solo con il sopraggiungere di un vero dramaturg:
colui, cioè, che scrive una scrittura per la scena;

una scrittura non ancora scritta che l'attore,

suonando il proprio respiro, può mutare in scrittura di scena.

 

Questo è quel che io intendo per scrittura di scena.

 

 

C.M.

 

 

 

 

* Direi, ragazzi, che bisognerebbe provare a spostarsi un po' da alcuni ovvi e vecchi concetti.

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