QUI E ORA

"Qui e ora" non è questione spaziale né temporale.

 

Il fatto è che non si è trovato modo migliore (o più suggestivo) per dire "quella cosa là".
Certo, si tratta di una buona sintesi, ma se ci si ferma alle apparenze si possono ingenerare equivoci.
Senza contare che il look di "formuletta passepartout" che questo detto possiede tende a liquidare e a dare per acquisito il senso della parola "teatro".
Senso che non è liquidabile, né tantomeno acquisito.

Ho sempre considerato con un misto di gioia e timore l'evidenza che non esistesse un unico e definitivo modo di dire le cose sulla scena.
Diciamo che le possibilità di dire, mettiamo, "Il pranzo è servito" sono pressoché infinite, tipo un trecentosessanta gradi.
Ora il compito del regista dovrebbe essere quello di aiutare gli attori ad individuare un "settore" dentro il quale muoversi.
Ma individuare un settore all'interno di un "infinità" equivale ad accettare e a giocarsi l'idea che le possibilità all'interno di quel settore sono ancora una volta infinite: un settore "finito" con possibilità infinite.
L'attore dunque, vinto il sempre auspicabile horror vacui, sceglie come dire ciò che deve dire "all'impronta", al momento, annullando il tempo di pre-occupazione.
Solo e soltanto nel caso in cui si realizzi questa condizione (l'istante in cui si precipita nella scelta) si può parlare del "qui e ora" che sancisce il passaggio del teatro.

"Qui e ora" non è uno spazio-tempo comune ed effimero, ma un atto concreto che genera conseguenze cromatiche e musicali.

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