poi mi taccio sul serio

Poi mi taccio sul serio, ma un ultimo tentativo lo vorrei fare.

Mi pare che maggiormente si pensi che a parlar di processo si parli di “processo di preparazione di uno spettacolo”, e che mostrare il processo significhi mostrare “lavori in corso”, e considerare così il pubblico, alla stregua degli umarèll e gli attori come operai che devono, nel corso delle prove, buttare l’inutile e fissare l’utile.

Questo è dato solo se si intende lo spettacolo come prodotto che un giorno avrà una forma definitiva. In quest’ottica le “prove” servono appunto alla progressiva definizione di un prodotto.

E non ha molto senso mostrarle al pubblico (tra l’altro non credo sia possibile mostrare una prova, una prova la si può solo spiare, altrimenti si mostra solo ciò che si vuol mostrare).

 

Semplicemente suggerisco che c’è un altro modo per intendere il concetto di “processo”.

Un modo secondo cui le prove servono a disegnare il campo di gioco, a stabilire le regole, a individuare climi e condizioni, ma non a fissare il gioco. Il gioco va giocato altrimenti non è un gioco.

La partita va giocata. È necessario conoscere ogni aspetto di quella partita, ma bisogna ignorarne l’andamento.

La partita va giocata e se la si gioca, la si può vincere o perdere.

La si può anche pareggiare.

(Ma il pareggio non soddisfa poi nessuno, l’importante è avere sempre una nuova replica dove poter cercare una rivincita).

È una partita.

È un “processo” di creazione di nuovi ritmi, un costante tentativo di esperire attraversamenti sconosciuti, comprenderli e subito abbandonarli (in presenza di un pubblico!). 

Questo per me è "processo", ciò che l’arte dell’attore dovrebbe produrre.

 

Tutto questo discorsetto crolla però miseramente di fronte alla possibilità (data da molti per vera) che l’arte dell’attore non esista e che tutto in teatro sia costruzione e composizione, che sia cioè un fatto di puro artigianato.

 

Eppure a me pare che la scena sia come un mare in tempesta e che l'arte dell’attore sia governare un guscio di noce.

 

(Mi si perdoni la banal chiosa)

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