Oggetto straniante

Mentre si recita è necessaria una condizione di supervisione e controllo, bisogna poter sentire i momenti critici e trasformarli in soluzioni sorprendenti.

Bisogna esser freddi per recitare il caldo.

Allontanare sé stessi dal nocciolo cieco dell’azione.
Poter guardare tutto da una certa distanza.
Concedersi il lusso di abbandonare la posizione di “soggetto” per entrare lievemente in quella di “ascoltatore di sè-oggetto”.
E’ quel che io intendo per “straniamento” (e dico “quel che io intendo” perché non sono certo che sia esattamente anche quello che intendeva Brecht).

A mio avviso, procurarsi una condizione di straniamento rende possibile ciò che Stanislawskij (per fare un esempio) individua come punto massimo del lavoro dell’attore (che lui chiama “centro d’attenzione”).
Continuare, per comodità a tenere separate, distinte e antitetiche  le due “scuole” (Stanislawskij e Brecht) è un grave errore.
E’ una sorta di “stato di grazia”, quel che un attore cerca.
Stanislawskij lo chiama “centro d’attenzione” e lo descrive come uno stato in cui l’attore è completamente padrone di ciò che sta facendo.
E’ in grado di fare e contemporaneamente vedere da fuori il suo operato e nello stesso tempo è talmente dentro che può guidare la sua performance con totale controllo ed invenzione di tempi e modi.
Tutto è sotto controllo nell’atto : parte tecnica, parte artistica e pubblico.
Zeami lo chiama “incanto sottile”.
Possiamo chiamarlo anche semplicemente teatro.

L’antica diatriba tra emozionalisti e antiemozionalisti.
Stanislawskij cerca di superarla individuando un metodo che possa fondere i due concetti. 
Brecht nega l’immedesimazione ma sappiamo che, all’occorrenza, provocava “scosse emotive” nei suoi attori un po’ troppo poco “coinvolti”.
Persino Mejerchol’d non esclude l’ utilizzo dell’emozione, ma la considera “conseguente” al movimento.

Grave è considerare l’emozionabilità dell’attore come punto di partenza per creare, ma altrettanto grave è non considerarla affatto.

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Alcuni oggetti stranianti:

A questo punto va preso in considerazione il concetto di “schermo (oggetto) straniante”.

Un “oggetto straniante” è un elemento nel profondo del quale concentrare la propria attenzione e consegnare il proprio lavoro.

Un modo (sistema?) per allontanarsi dall’ incontrollabile turbine emozionale del centro. Ma l’oggetto straniante può essere anche immateriale.

Bene, ora c’e da parlare un po’ di Jouvet. Lui poggiava il suo oggetto straniante sui suoi compagni di scena. Quando “non toccava a lui”, li ispezionava minuziosamente. Ne controllava il trucco, lo stato del costume, si perdeva nella perlustrazione dei dettagli per poter fuggire, assentarsi dal centro, eludere la necessità della “presenza”. Dunque forse si può spostare l’oggetto anche su se stessi? Credo di si… una spalla, un ginocchio…Ma bisogna fare attenzione, spostare su di sè vuol dire tornare a sè. Occuparsi di sé vuol dire rimettersi nel centro, nel centro del proprio pensiero. Recitare, invece è non pensare a sé, meglio ancora, non pensare affatto.

 

V.Claudienko

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