Ho notato ultimamente

(autoreferechè ???)

 

 

 

Ho notato ultimamente che ogni volta che si intende liquidare il lavoro di qualcuno, viene usata volentieri la parola “autoreferenziale”.

 

Vorrei capire in quante e quali diverse accezioni questo termine viene usato.

 

Azzardo n.3 ipotesi:

 

1) “Mi stai parlando di te, proprio di te personalmente. Scusami tanto, ma nulla di te mi interessa” (preferirei piuttosto che tu parlassi di me!)

 

2) “Mi stai parlando del teatro, ma io penso invece che sia il teatro a dover parlare di qualcosa, qualcosa di importante” e penso così perché 

a) non ho capito che il teatro non "parla".  

b) adopero indistintamente (così, alla cazzo) i termini “autoreferenziale” e “metateatrale”.

 

3) “Dici cose che capisci solo tu”  (e cioè: “che cos’ mi rappresenda?”) *

 

 

Ora,

se dei punti 1 e 2 poco mi cale, il punto 3 merita un piccolo tempo.

 

Dopo un serrato confronto teorico tra il concetto di “Danza” e quello di “Teatro” (Castiglioncello 19, 20 marzo 2016), penso di poter dire che tutti gli elementi originari della danza (che la caratterizzano in maniera specifica) sono ascrivibili anche al teatro, eccetto uno:  PAROLA.

 

PAROLA SI (teatro)

 

PAROLA NO (danza)

 

E’ questo l’attimo in cui teatro e danza si separano e diventano discipline indipendenti.

(Il fatto che poi si tentino ri-fusioni, che il teatro aspiri al corpo e la danza al verbo, fa parte di quel desiderio di cercare il “nuovo” o l’antico che mai ci abbandona).

Ma mentre la danza rasenta l’astrazione ed il suo movimento può anche esser privo di significato, le parole, invece, un significato ce l’hanno sempre e più parole insieme pretendono persino di portare senso, se non addirittura “esprimere concetti”.

 

Ecco, concetti.

 

Ho notato ultimamente, che se non si usa la parola in maniera “narrativa” (meglio se anche sociale), se non ci si impegna a spiegar per bene i concetti (meglio se di natura sociale), se non si fa esaustiva didascalia, se non si chiarisce al meglio il “messaggio” (meglio se a sfondo sociale), si corre il rischio di venir tacciati di “autoreferenzialità”.

 

Allora io mi chiedo: ma non è che mancano gli strumenti per riuscire a colmare in modo personale, quei vuoti che intenzionalmente (poeticamente) vengono lasciati dagli autori?

Non è che se non si spiega tutto per filo e per segno, l’unica domanda che permane in alcune troppo ingombre menti è: “che cos’ mi rappresenda?”

 

Ho notato ultimamente, che chi vuol capire (e non appena capisce di non aver capito nulla, si vanta del suo non capire), schizza volentieri qua e là un po’ di merda, grazie all’utilizzo della parola “autoreferenziale”.

 

Ma scusate, “autoreferenziale” che cos’ mi rappresenda?

Me lo dite, per favore, che anch’io voglio capire quel che non ho capito?

 

Ah! e poi c’è un’altra formula spesso adoperata per la medesima bisogna (schizzar qualcosa di sporco) e cioè: “non c’è drammaturgia”. Si lo so, è molto divertente questa, ma siccome la vita è breve, ora non ci voglio sprecare tempo.

(ricordo comunque ai capitori delusi, che possono sempre usar come taccia il buon vecchio “teatro dell’assurdo”, fortunata formuletta che funziona sempre)

 

 

 

*Ho usato qua e là “che cos’ mi rappresenda?” perché fu un’amata battuta di un vecchio spettacolo (Scimmia). Una delle due battute più belle che mi sia capitato di dire. L’altra è “patata” (Serata di gala).

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