avevo detto che avrei taciuto...

È stato molto strano (ed anche straniante) leggere uno scritto che mi associava ad un modello di teatro che ho sempre rifiutato. Convinto da sempre che sia importante dire ciò che si fa ma soprattutto fare ciò che si dice, mi sono trovato in una situazione di spiazzamento momentaneo. Ma solo momentaneo. Perché la dicotomia (che comincia, temo, ad esser vecchiotta) “teatro del prodotto - teatro del processo” è stata, a mio avviso, ancora una volta equivocata. 

Forse per tutti (me compreso) ad una certa età diventa interessante affacciarsi allo strappo d’una recinzione per spiare i “lavori in corso” ed è forse gratificante provare ad immaginare quale esito finale quei lavori potrebbero avere. Ma non sono i lavori in corso ciò che io chiamo processo. Quel che intendo per processo (e proverò ad essere il più chiaro e sintetico possibile) sono quei momenti in cui chi sta in scena, in presenza del pubblico (e non in prova!), cerca ciò che ancora non ha trovato e definito, ciò che ancora non sa del lavoro che sta presentando. Non mostra a che punto è con il corso dei lavori ma, una volta definita una struttura, prova a riscrivere ad ogni replica un andamento e ad attraversare sempre nuove variazioni. Non mostra ciò che sa, ma si mostra mentre cerca ciò che ancora non sa. Un “processo” dunque che non porta alla definizione di un prodotto ma che è esso stesso il prodotto.

 

Ma questo l’ho già detto e confesso con rammarico di essere stanco delle mie ripetizioni.

 

Vero è che ci accontentiamo troppo facilmente del lessico che si usa nella nostra attività. Se esistesse un vocabolario che raccoglie i lemmi legati al teatro, consisterebbe di non più di tre o quattro pagine. Mentre tre o quattro pagine forse non basterebbero per la sola parola “processo”, o per la parola “regia”, o “personaggio” o “performer” ecc.

Ecco, se non fossi stanco di soffiare nel vento, direi che bisognerebbe prendere in considerazione la parola “regia”, cercare di capire che cosa si intende quando la si pronuncia e divertirsi a ragionare intorno alle numerose altre accezioni che quel concetto porta con sé.

 

Invece la parola che vorrei ora prendere in considerazione è “pensione”.

 

Ultimamente, qualcuno (mi pare Andrea Porcheddu) ha scritto che l’attore è stato “messo in pensione”.

Purtroppo mi sento di dover smentire, perché se così fosse, non sarei certo qui a scrivere ciò che sto scrivendo, poiché nessuno mi avrebbe accostato ad un termine (“prodotto”) che io aborro, perché starei facendo altro, finalmente e definitivamente fuori dai giudizi, felice di lasciar spazio ai giovani e ai meno giovani, fuori da incompetenti competizioni.

 

Ma non tutto il male vien per nuocere, chè se io fossi in uno stato di tranquilla pensione non avrei incontrato un artista come Roberto Abbiati e non sarei stato accostato, in qualche modo, al lavoro di Abbondanza-Bertoni.

Di entrambe queste cose mi onoro.

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