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Appello (12/05/2016)

 

 

Quando ero bambino, mia nonna chiamava i sardi, “sardegnoli”. 

Ma lo faceva in tutta innocenza, pensava che si dicesse così.

Ha poi dovuto imparare, alla sua età  (mai si finisce d’imparare!) che bisognava dire “sardi”, perchè ”sardegnoli”, per loro era un termine offensivo.

Ora, gli AAMMinistratori, un po’ come mia nonna, ignorano. Profondissimamente ignorano la materia di cui concionano convinti.

Vorrei concedere loro il beneficio del dubbio: forse sono in buona fede, come lo era mia nonna. Voglio pensare che quando parlano di “spettacolazione” o di “allietamento musicale”, non sappiano quel che stanno dicendo, voglio pensare che non sappiano d’essere offensivi.

Non lo sanno, non conoscono il lessico di base. Non sono a conoscenza dei lemmi fondamentali che, bene o male, reggono le nostre attività (penso addirittura che non sappiano neanche il significato della parola “lemma”).

 

Ma una volta detto questo, come possiamo “parlare”?

Loro non sanno.

Non sanno quei pochi fondamenti teorici, non conoscono il senso della parola teatro, il senso della parola spettacolo, non sanno di ritmo, di tempo, di concentrazione, di recitazione, di catarsi, di rapporto, di condivisione, di accadimento, non sanno niente.

Non sanno niente di niente!

Dunque come possiamo pensare di comunicare?

Come possiamo pretendere di dialogare?

E in quali termini ci apprestiamo a farlo? 

Se l’unico paradigma intorno al quale incontrarci è quello “sindacale”, allora abbiamo già  perso. 

Se siamo noi artisti a parlare, abbiamo già perso.

Perchè gli artisti sono gente per bene, che dicono quello che pensano e fanno quello che dicono, sono persone oneste, generalmente affette da parresìa, ingenue ed anche un po’ autolesioniste. (Lo dimostra il fatto che nel tentativo di essere riconosciuti come “lavoratori”, i teatranti sono capaci di chiudersi in sala prove per 23 ore al giorno, facendosi culi che dell’umano non hanno nulla… inutilmente per altro).

Ma sappiamo bene che in politica è proprio grazie alla parresìa che si perde, perchè il “poterino” (si, un nuovo lemma, che fa il paio con "spettacolazione", così, tanto per provare a tastare uno stupido terreno comune),

il poterino, dicevo, se ne fotte dell’onestà , della bellezza, del teatro e dell’arte.

Dovremmo considerare il “sindacalese” come materia complementare (come il pianoforte per i percussionisti al conservatorio) e lasciare le questioni di “diritti dei lavoratori” a quei paesi che hanno il giusto orecchio per intendere, e sindacati seri.

Noi qui non saremo MAI rispettati per quel che facciamo. E’ l’istituzione in persona che ci chiede reiteratamente di lavorare gratis! Vogliamo rendercene conto? Vogliamo renderci conto che un ministro della cultura che, sordo a tutto, chiede con insistenza lavoro gratuito è un’aberrazione? Gli è stato fatto notare al tempo dell'expo. Non solo non ha chiesto scusa, ma continua! E’ chiaro a tutti, vero, che qui si travalicano le consuete buffe manifestazioni da commedia all’italiana? 

 

Noi saremo sempre visti come dei lavativi che rubano quel niente che riescono a mangiare. Saremo sempre vagabondi, meritevoli di un po’ di compassione e di molto disprezzo. E di sepoltura fuori dalle mura!

Dunque smettiamola di spendere il nostro tempo (l’unica vera grande ricchezza!) nel tentativo di “dialogare” con chi grugnisce di spettacolazioni, nel tentativo di ottenere giusta considerazione e rispetto!

Gli artisti non hanno bisogno di niente e di nessuno. Mettiamola così. Non hanno bisogno di misera comprensione e pacchette sulle spalle.

 

Gli artisti vivono e muoiono leggendo, ma attenti, poichè le nostre pagine possono diventare lame!

 

Solo un’ultima cosa.

Una  sola.

Il diritto al “pernacchio”. 

Si, proprio quello che ci insegna Eduardo nell’ “Oro di Napoli”.

E’ un fatto puramente fisico, sapete.

E’ la vibrazione dell’aria. Quel particolare tipo di vibrazione è in grado di disgregare il "bellimbusto" fin dalle fondamenta!

Perchè il bellimbusto sa di essere un poco di buono. 

Le offese pesanti non lo toccano perchè le ha messe tutte in conto, ma non sa di essere un bellimbusto, e quando glielo fai notare diventa rosso dalla rabbia! Che spettacolazione!

 

L’ appello che rivolgo agli artisti dunque è il seguente: 

dal momento che contro l’ignoranza e la stupida furbizia si perde, cerchiamo di salvare noi stessi. Il Paese è in mano ai burocrati AAMMinistratori e ai loro fedeli servi, e noi, portatori di bellezza, di valori artistici e civili, non possiamo più farci niente. Il Paese è perduto. Non facciamoci menare per il naso! Salviamo noi stessi!

Incontriamoci, beviamo insieme, ridiamo, litighiamo, viviamo, abbracciamoci, facciamo lunghi pernacchi, cerchiamo di capire il teatro, parliamo d’arte con altri artisti! 

Salviamoci, per favore!

 

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